Djokovic, la guerra, Sinner e quella fame infinita: "In Jannik rivedo me stesso"

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Nole si commuove parlando della sua Jelena: "È stata più di un'allenatrice". E ripercorre le tappe che lo hanno portato in cima al tennis: "Se non progredisci, regredisci. L'orrore delle bombe mi ha formato"

Lorenzo Topello

Collaboratore

18 agosto - 12:15 - MILANO

Il docufilm sulla vita di Novak Djokovic, in uscita giovedì e disponibile subito in 240 Paesi, inizia dalla sofferenza e finisce nell'estasi. Dai bombardamenti su Belgrado alla vittoria a Melbourne contro Sinner, nell'ultimo Australian Open, alle soglie dei 39 anni. Di questo e molto altro ha parlato il serbo nell'intervista al Corriere della Sera. E a proposito di Sinner: "Non mi pento di aver dato quei consigli ai suoi coach (Piatti prima e Cahill poi) su come aiutarlo a migliorare. In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, a prescindere dalla posta in palio. Questo sono io".

con sinner

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Nole, su Sinner, ha voluto dire anche qualcosina in più: "I punti di contatto con lui non mancano, pur essendo ogni essere umano unico e speciale. Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti". Un connubio interessante e ricco di sponde comuni: "Non c’è alcun dubbio che lo sci ci abbia dato l’elasticità, i movimenti, la capacità di scivolare su ogni superficie: la flessibilità delle caviglie origina dalla neve tanto quanto l’equilibrio e la coordinazione tra arti superiori e inferiori. E le similitudini abbondano anche a livello tecnico. Quindi sì, mi rivedo in lui".

dedizione

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La mentalità di Nole? Nessuna ossessione, "ma dedizione, come quella di Jannik. Osservo la sua e mi ci ritrovo completamente: la voglia di migliorarsi, crescere, evolversi sotto ogni punto di vista. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta. È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. Non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam. Al di là del tennis, è l’aspetto del carattere che più mi avvicina a Sinner. Il tennis è uno sport individuale: non esistono sostituzioni, non puoi fermarti cinque minuti a bordo campo mentre il gioco procede, non ci sono compagni che possono aiutarti. Sei solo con te stesso. Se hai un giorno no, sei fuori. Ogni tanto mi dicono: Nole, sei come Leo Messi… Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti".

la guerra

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A forgiare Djokovic è stato anche l'orrore della guerra: "L'infanzia mi ha segnato. Nei primi 15 anni gettiamo le fondamenta dell’edificio che porta il nostro nome: in seguito ci si può lavorare sopra, ma ormai il cemento si è solidificato. Nell’arco di quei primi anni io avevo già sperimentato la guerra, l’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente, l’ansia che quegli aerei potessero tornare a volare sopra Belgrado e a portare la morte nel mio popolo. Eppure oggi vedo quel periodo come essenziale elemento di chi sono diventato: il blocco su cui mi sono costruito. Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco".

jelena la maestra

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Con la svolta arrivata grazie a due Jelena: la prima maestra di tennis e la moglie. Nole rischia di commuoversi parlando della prima, scomparsa nel 2013: "Jelena Gencic era incredibile, siamo stati vicinissimi. I miei genitori mi hanno messo nelle sue mani quando ero un bambino piccolo, sensibile e molto plasmabile: si sono fidati che Jelena mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Ho speso ore incalcolabili con lei in campo e a casa sua, a guardare videocassette in bianco e nero di vecchi match. Mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare in modo che non sia solo un atto meccanico. Tutto ciò a un'età, 9-10 anni, in cui tutto quello che ti insegnano ti rimane appicciato addosso. È da quei valori, insieme a quelli che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre, che è partito tutto. Jelena è stata più di un’allenatrice".

crescita

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Un sogno da bambino? Facile: "Vincere Wimbledon e diventare numero uno del mondo. E appena ci sono riuscito sono andato a trovare a casa Jelena Gencic, a Belgrado. Al giovane Nole direi di non rinunciare mai ai sogni, anche quando gli ostacoli sembrano enormi e le circostanze sono avverse. C’è sempre un modo, una via. E c’è sempre una persona, al mondo, disposta ad aiutarti a nutrire quei sogni: va solo trovata. Una cosa la sapevo: senza evoluzione, non c’è crescita. Mi spiego. La stagnazione non esiste nel mio modo di vedere: se non progredisci, regredisci. Non c’è alternativa. Quindi non si può mai fare conto solo sui talenti che abbiamo coltivato fino a quel momento. Quei talenti non bastano: vanno affinati".

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