Il capo delegazione azzurro e responsabile del settore squadre nazionali parla nel giorno della sfida in Islanda per le qualificazioni ai Mondiali: "Non siamo al completo ma ci siamo preparati. Fois Campione Nba? Un'emozione"
Dopo le due amichevoli vinte con Croazia e Slovenia, l'Italia torna in campo stasera in Islanda (ore 21.45 a Reykjavík) per due punti che pesano, penultima partita della prima fase di qualificazioni mondiali: domenica l'ultima con la Lituania a Bologna. Gli azzurri potrebbero scendere in campo già sicuri del passaggio del turno, se la Lituania (in campo alle 17.30) battesse la Gran Bretagna. Ma sono partite che pesano soprattutto nell'ottica della seconda fase, dove servirà arrivare con più punti possibile al proibitivo incrocio col girone di Turchia, Serbia e Bosnia, con soli tre posti per il Mondiale 2027. "Queste partite valgono tanto, come valevano tanto quelle di novembre e febbraio, poi agosto, perché ogni partita dà la possibilità di fare punteggio per la classifica, speriamo, del secondo girone - dice Gigi Datome, simbolo azzurro e oggi capo delegazione dell'Italia e responsabile del settore squadre nazionali -. Questa finestra che sta passando quasi inosservata, sia per il momento della stagione che per il caos per le note vicende dei nuovi club, ma sarà molto importante e ci stiamo preparando molto seriamente, i ragazzi lo sanno e lo dimostrano ogni giorno con la serietà dell'impegno".
Senza Banchi per motivi personali, come Ramondino sta portando avanti il lavoro?
"Un po' le finestre ti abituano a dover essere molto flessibile a tutto quello che può succedere, e questo nessuno lo voleva e se lo aspettava. Non dico che Luca non mancherà, ma tra le sue qualità, e quello che ci ha dato in questa stagione c'è aver messo in piedi uno staff di alto livello, ben oliato, a cui si sono aggiunti sia Filippo Messina, che insieme ad Adam Filippi dà una mano soprattutto sul lavoro individuale, che Ricky Fois. Tutti guarderanno al risultato, ma io che li vedo sono felice del lavoro che fanno tutti i giorni. Tutti avremmo voluto che ci fosse Luca ma cercheremo di lavorare al meglio per dargli un pensiero in meno".
Alla fine per le convocazioni questa si è rivelata la finestra più difficile.
"È orribile, tra free agency e acciacchi di fine stagione. Però non mi è mai piaciuto né parlare degli assenti né lamentarsi di chi non c'è: non è rispettoso di chi c'è e si sta impegnando. È capitato anche a me di scegliere di non fare questa finestra, nel 2018, e a volte di farla, come nel 2022. Sono felice che chi c'è sta facendo vedere che per loro la stagione finisce il 6 luglio. Prendiamo atto delle assenze ma siamo molto concentrati su quello che dobbiamo fare".
Cosa significa per la Federazione, per il movimento, la rivoluzione dei college?
"È qualcosa che adesso non puoi fermare a meno di cambiare le regole. Si può prenderne atto, è molto difficile inventarsi contromodelli per incentivare i ragazzi a rimanere. Il mio augurio è che quando scelgono la scuola lo facciano anche per il profilo tecnico e non solo sul lato economico, che è importante. Ringrazio gli uffici e i nostri broker che hanno messo insieme un pacchetto per i ragazzi che fanno il college: i compensi del Nil non sono assicurabili perché non pagano la prestazione sportiva, ma riusciamo a offrire un pacchetto perché chi vorrà potrà essere con noi, come hanno già fatto Emejuru e Vincini, che ringraziamo, o Lonati nell'Under 20. Così ora sarà il college o il ragazzo a prendersi la responsabilità di dire no. La Nazionale vuole far capire ai ragazzi, magari un po' frastornati, che, per contesto competitivo, staff di alto livello e partite vere, resta un ottimo strumento migliorativo delle loro carriere".
Che lavoro state facendo sui ragazzi al college?
"Essere presenti e soprattutto farsi conoscere. È importante capire come funziona quel mondo, andare a trovare i ragazzi per fargli capire che li seguiamo. Messina e Fois due volte al mese fanno delle relazioni, su carta e video, su come stanno andando: Banchi è un maestro nel creare reti di supervisione. E quindi far capire a tutti che siamo un'organizzazione seria, in estate facciamo attività e mettiamo sempre al centro la crescita del ragazzo: se reputiamo che un'estate non sia utile per un ragazzo venire siamo i primi a non volerlo impegnare ulteriormente".
Dieci squadre italiane nelle coppe sono una buona notizia anche per poter avere più giocatori che fanno esperienza internazionale.
"A prescindere dal fatto di poterli avere con noi, visto che poi per le finestre c'è la difficoltà ad avere i giocatori di Eurolega, poter fare l'esperienza internazionale delle coppe e giocare due volte a settimana è un altro mondo, che ti forma e ti rende più adatto alla Nazionale".
Da simbolo del basket romano, che idea si è fatto di quello che sta succedendo nella Capitale con l'arrivo di due nuove squadre?
"Capisco tutti: tifosi, proprietari, chi vuole cercare di saltare su questo treno di Nba Europe... Sono d'accordo con Gherardini quando dice che il paradigma sportivo sta cambiando. Ho seguito molto i progetti su Roma e tutti e due sono molto orientati a inserirsi e prendersi cura anche del territorio con le scuole e i campetti, come ha detto Doncic quando è venuto. Se sono modelli virtuosi faranno bene al tessuto sociale, potenziando il percorso già fatto in questi anni dalla Virtus e dalla Luiss. Ci vuole la sfera di cristallo per capire cosa sarà anche solo tra cinque anni, è un momento delicato per tutto il basket europeo: spero che chi viene investa in modo virtuoso avendo cura anche di quello che c'è sotto la prima squadra".
Il tifoso si chiede: c'era già una squadra a Roma, che bisogno c'era di due?
"Adesso è così ma c'era scetticismo anche quando si trasferirono i Lakers, che si chiamano così non perché in California ci siano i laghi ma perché vengono dal Minnesota, e ora tutti li conoscono come Los Angeles Lakers. È l'anno zero per queste due realtà. Ovvio che se uno pensa al basket a Roma pensa alla Virtus. Poi se quanto fatto vedere sul campo sarà di alto livello, non da subito ma piano piano la gente si avvicinerà. Ma è ancora tutto da fare, aspetto anche io con grande curiosità".
Perché Datome ha preferito non farne parte?
"Perché sono molto felice di quello che faccio, mi sento gratificato e rispettato, sto imparando tanto e sento che in Federazione mi vogliono aiutare a trasformare il mio entusiasmo da ex giocatore e il mio status in qualcuno con l'esperienza per dare una mano. E i frutti di quello che stiamo facendo con Salvatore Trainotti sul territorio lo vedremo tra anni, mi sarebbe dispiaciuto chiudere così la mia esperienza".
Che impressione ha fatto vedere Ricky Fois campione Nba?
"Un'emozione, mi commuovo a pensarci: pensare da dove siamo partiti, la strada che ha fatto tra college, Nba, ancora college e ancora Nba. Ci vuole un po' di fortuna, come incrociare Mike Brown, che però se da Sacramento a New York ha portato solo lui vuol dire che lo merita. Poi penso che a chi come lui e Peppe Poeta ha un approccio strapositivo alla pallacanestro e ai rapporti, poi le cose buone succedono: la finale Ncaa, le due finali Nba, il titolo a New York... È difficile pensare a cosa possa esserci di più. Siamo insieme dal minibasket, usciti entrambi dalla Santa Croce Olbia di mio padre: sono felice anche per babbo, vedendo Ricky campione Nba sarebbe impazzito".










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