Dall’anoressia alla «diabulimia» anti-insulina: in Italia colpiti 5 milioni ma «guarire si può»

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Giornata del Fiocchetto lilla

Dalla testimonianza di una ex paziente anoressica alle forme che “mixano” anoressia e patologie come il diabete di tipo 1 fino ai buchi nella rete di cura completa solo in 4 Regioni: viaggio nei disturbi dell’alimentazione che attanagliano bambini e adolescenti

di Barbara Gobbi

14 marzo 2026

Silvia Rossi “ne è uscita”, come si dice, e ci tiene a testimoniarlo: che di anoressia (e non solo) si può guarire. Ma, anche, che la propria vicenda personale si può farla fiorire predisponendosi ad agganciare e aiutare i giovanissimi grazie alle «antenne speciali», come le definisce, che - dopo anni di trattamento e psicoterapia - le consentono di intercettare, negli allievi della scuola “media” umbra in cui insegna matematica, gli alert di possibili disagi. «La chiave - spiega - è nell’intervento precoce che, anche a partire da minimi segnali come la svogliatezza a tavola, la reticenza a confrontarsi e relazionarsi in famiglia o un improvviso cambiamento di umore, può evitare che i primi sintomi di un disturbo dell’alimentazione sfocino in patologia».
Lei i sintomi dei cosiddetti “Dan” li conosce bene: si è ammalata a sedici anni di anoressia nervosa con iperattività. Quella per cui ti getti nello sport più serrato e nel perfezionismo in tutti gli ambiti. Ha atteso a lungo una risposta adeguata: alla prima visita da una nutrizionista il suo malessere non era stato intercettato, poi mesi di frequentazione di un ambulatorio sul territorio erano stati saltuari e incapaci di risolvere. Complice anche - spiega - «la difficoltà nei miei genitori del prendere atto della mia necessità di tradurre quel grande dolore che dall’infanzia avevo dentro, in malattia capace di rendermi finalmente visibile ai loro occhi. Ecco - dichiara Silvia - in questo senso l’anoressia mi ha salvato». Ma Silvia è arrivata a un soffio dall’irrimediabile: a 21 anni pesa 38 kg ed è bradicardica quando, grazie all’insistenza di una zia, viene ricoverata in Umbria, nella residenza di Palazzo Francisci di Todi, che in Italia è tra i fari della presa in carico. Da lì la lenta risalita che ha richiesto 9 mesi di degenza, supportati dall’équipe di professionisti «tra i quali il mio angelo - racconta -: la nutrizionista che ha continuato a seguirmi anche una volta dimessa». Ma quando ci si può dire “guariti”? «Impossibile fissare una data - risponde Silvia -: per me la guarigione è arrivata da un insieme di cambiamenti, quando finalmente ho spostato l’attenzione sulla vita piuttosto che su dolore, ossessione del cibo e iperattività».

Disturbi per 5 milioni in Italia

La vicenda di Silvia Rossi dimostra una volta di più che di disturbi del comportamento alimentare si guarisce. «La buona notizia - spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, tra gli altri incarichi direttrice della Rete Disturbi alimentari della Regione Umbria nonché direttrice del Numero Verde nazionale Dca Presidenza del Consiglio dei ministri - è che le remissioni totali sono tante: arrivano all’80% per l’anoressia nervosa, al 70% per la bulimia. E allora - prosegue - fa rabbia che moltissimi giovani a questo traguardo non riescano ancora oggi ad arrivare e che si contino oltre 3.500 decessi. I “Dan”, o “Dca”, sono la prima causa di morte in Italia tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali. La realtà è che troppi restano esclusi dai servizi, a fronte di un’emergenza che tra i 3 milioni di casi “messi in chiaro” nel 2025 da una survey Cineca e il sommerso stimato di almeno 2 milioni di persone in tutta Italia, presenta un conto salato di 5 milioni di giovani e giovanissimi interessati». Se moltissimi superano la malattia, pesa il 30% di quanti anche per non aver trovato risposte appropriate e vicino casa, rifiutano le cure o rischiano recidive o - ancora - una modificazione della patologia in altra direzione. Per questo è fondamentale che una rete adeguata di assistenza sia strutturata ovunque.

Piena efficienza solo in 4 Regioni

La mappa dei servizi non fa sconti: le Regioni con una rete completa di cura anche sul territorio «si contano sulle dita di una mano - avvisa ancora l’esperta - e sono la Toscana, Umbria, Emilia Romagna e Veneto mentre in altre, come la Lombardia che pure dispone di buone strutture ospedaliere e residenziali - c’è scarsità di ambulatori pubblici. In tutto il Paese per avere una rete completa servirebbero almeno 300 centri - prosegue Dalla Ragione - mentre oggi malgrado i numeri in crescita, siamo a metà percorso. Di conseguenza la mobilità è molto elevata: chi può permetterselo si sposta per cercare risposte, a proprie spese».

Gli ultimi dati dell’Istituto superiore di Sanità (febbraio 2026) parlano di 232 strutture su tutto il territorio nazionale, tra 56 associazioni che fanno volontariato, prevenzione e counseling e 176 centri di cura (141 pubblici e 35 del privato convenzionato). Centri che sono più presenti al Nord (85), meno al Centro (36) e al Sud e Isole (55). Solo la metà è abilitata a prendere in carico la fascia tra i 7 e i 12 anni e questo è un ulteriore problema.

I nuovi disturbi

L’età di insorgenza dei disturbi della nutrizione continua infatti ad abbassarsi ed è interessata anche da “novità” che andrebbero prese in carico molto precocemente, come l’Arfid (Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder): il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo che - come ricordano dalla Società di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia) - interessa il 5-14% dei bambini, più spesso maschi, e si manifesta tra i 6 e i 10 anni con “l’evitamento di specifici alimenti per caratteristiche sensoriali come aspetto, odore, consistenza e temperatura e per la paura di soffocare o vomitare”. Dall’altra parte, molto diffuso sempre tra i maschi, c’è il disturbo da abbuffata compulsiva o binge eating introdotto nel 2022 dall’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm 5) dell’American Psychiatric Association.
Proprio la necessità di maggiore attenzione alle peculiarità della platea maschile è tra le sollecitazioni che arrivano dalla Società italiana di pediatria: «E’ fondamentale che pediatri, genitori e insegnanti imparino a intercettare anche segnali meno tipici come l’ossessione per la massa muscolare o l’eccesso di esercizio fisico», sottolinea il presidente Rino Agostiniani.

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