La nazionale 52 anni dopo ha centrato il Mondiale senza aver mai giocato a Port-au-Prince una sola partita in tutte le qualificazioni. In più a tre giorni dal gran debutto con la Scozia la federazione è stata costretta a modificare le maglie per via di una grafica che richiamava la sua lotta all’indipendenza dalla Francia. E c'è un filo che li lega alle Marche...
Per spiegare il Mondiale di Haiti va isolata la frase di un vecchio libro messo giù da un’anima resa inquieta dalla storia. Hannah Lillith Assadi, scrittrice americana figlia di un palestinese emigrato a New York, scrisse in "Sonora" che "non c’è nulla di più divorante del desiderio di un posto da chiamare casa". La gente di Haiti può solo annuire con malinconia: dopo 52 anni ha centrato il Mondiale senza aver mai giocato a Port-au-Prince una sola partita in tutte le qualificazioni. A tre giorni dal gran debutto con la Scozia la federazione è stata costretta a modificare le maglie per via di una grafica che richiamava la sua lotta all’indipendenza dalla Francia. Il ct Sebastien Migné non ha mai messo piede al Silvio Cator, lo stadio della capitale in mano a bande armate. Nel 2010 fu distrutto da un terremoto in cui morirono circa duecentomila persone.
povertà e criminalità
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Haiti è una sorta di "l’isola che non c’è", solo che qui hanno smobilitato persino Edoardo Bennato e Peter Pan. Non c’è fantasia, non c’è utopia, c'è poco da cantare e da immaginare: la capitale è in mano alle gang, il presidente della Repubblica è ancora vacante - l’ultimo, Jovenel Moise, è stato assassinato nel 2021 - l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e nell’ultimo anno sono morte più di cinquemila persone per mano delle bande armate. Alla guida del Paese c’è Fils-Aimé, imprenditore filo trumpiano. In aprile ha incontrato il Segretario di Stato Marco Rubio per cercare un aiuto nel combattere le gang. L’Onu ha calcolato che negli ultimi cinque anni sono state uccise più di 16mila persone. Massimo Miraglio, un missionario del Vaticano, ha raccontato che per far passare aiuti umanitari come cibo, medicine, vestiti è stato costretto a pagare tangenti ai criminali: "Possono fermarti in qualsiasi momento, sequestrarti tutto e, se vogliono, persino ucciderti". Il miracolo legato al Mondiale, favorito dall’automatica qualificazione di Messico, Stati Uniti e Canada alla fase a gironi, è figlio di un contesto quasi unico dove i giocatori nati nel Mar dei Caraibi sono solo dieci su 26. Dodici sono nati in Francia da genitori haitiani, uno in Canada, uno in Svizzera e altri due negli Stati Uniti. Uno dei giocatori nati in patria, Wilguens Paugain, terzino dello Zulte Waregem, prima di unirsi alla spedizione di Migné consegnava pizze a domicilio. Colpa di un infortunio al tendine d’Achille che lo costrinse a star fuori mesi. Ricardo Adé, il vicecapitano, fu truffato da un agente in Thailandia. Gli aveva promesso vitto, alloggio e un contratto stabile in cambio di soldi, ma quando il ragazzo si presentò a Bangkok scoprì che era tutto falso. "Non avevo più un euro, dormii in spiaggia per diversi giorni".
l'ascoli di haiti
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Più serena la storia di Woodensky Pierre, 21 anni, medianaccio di "garra" nato a Cité Soleil, una città il cui tasso di mortalità legato all’Aids è ancora molto alto. Nel 2024 una banda uccise in un giorno 207 persone. Qui la polizia non osa entrare. Pierre è l’unico che gioca in patria, con il Violete di Port-au-Prince. Prima di arrivarci ha giochicchiato nelle giovanili nell’Ascoli FC Haiti, una squadra che porta il nome e i colori della "Regina delle Marche" appena tornata in Serie B dopo aver vinto i playoff. Non hanno la prima squadra: l’obiettivo è togliere i ragazzi dalla strada e dargli un futuro. Dietro il nome c’è una storia. Pare che negli anni Novanta - raccontano dal club - un gruppo di haitiani abbia visitato Ascoli, assaggiato le famose olive, passeggiato a piazza Arringo e sia rimasta così colpita dall’ospitalità da fondare una squadra con lo stesso nome. Chi lo sa, ma intanto l’Ascoli di Haiti esiste, si diverte ed è anche sui social. Pierre è l’idolo di casa.
storie da film
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Il volto più rappresentativo è Frantzdy Pierrot, 31 anni, punta dalla doppia cittadinanza haitiana-americana. Nato a Cap-Haitien, dove Cristoforo Colombo lasciò i superstiti della Santa Maria, a 12 anni raggiunse suo padre negli Stati Uniti. Pierrot senior, insegnante e autista di autobus, era fuggito per dare stabilità alla famiglia e garantirgli un futuro. Ogni mese inviava soldi e lettere: "Risparmiate, così potrete venire qui". Frantzdy fa parte del piccolo gruppetto di giocatori cresciuti a pane e "soccer", all’interno di un college americano. Prima di segnare con Mouscron, Guingamp, Maccabi Haifa, Aek Atene e Rizespor, s’è divertito per un po’ nell’Ncaa. Solo Duckens Nazon ha segnato più gol di lui in nazionale: 44 a 33. A proposito: quest’ultimo, per tutti "The Duck", punta passata per Cska Sofia ed Esteghlal, nel 2025 s’è fatto venti ore di macchina per fuggire dalla guerra in Iran. Una volta arrivato al confine con l’Azerbaigian, fu rifiutato inizialmente per mancanza di documenti. Le guardie non credevano che fosse davvero un calciatore. Riuscì a dimostrarlo connettendosi alla rete azera. Sua moglie e i suoi quattro figli erano rimasti in Francia. "Ho avuto paura di non rivederli più", disse.
un italiano ad haiti
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L’ultimo appunto è una bandiera azzurra. Haiti non si qualificava dal 1974. L’ultimo ct ad aver portato al Mondiale i "rouge et bleu" è stato Ettore Trevisan, allenatore triestino scomparso nel 2020. All’epoca il Paese era nelle mani di Jean-Claude Duvalier, "Baby Doc" - suo padre, anche lui presidente, era soprannominato "Papà Doc" - dittatore per quindici anni. Il manifesto di come nel giro di cinquant'anni sia cambiato questo Paese sia cambiato poco. Trevisan traghettò la nazionale al Mondiale, ma Duvalier gli tolse l’incarico prima dello sbarco in Germania. Colpa di un’intervista in cui Ettore fotografò la vita vera dello Stato, come ha raccontato il Corriere della Sera: "Ho trovato ragazzi che non mangiavano abbastanza, che vivevano in baracche miserabili, che non sapevano che cosa volesse dire allenarsi. Credevano di dover perdere per forza contro le squadre degli uomini bianchi, o magari di dover ricorrere ai riti vudù. Io ho detto loro: guardate Cassius Clay, Frazier e altri, che sono neri e le suonano a tutti". Riuscì a spronarli. Migné è pronto a prendere esempio. Haiti giocherà a Boston con la Scozia, a Philadelphia col Brasile e ad Atlanta col Marocco. Sparsi per il mondo ci sono circa due milioni di haitiani. La maggior parte si dividono tra Canada e Stati Uniti. Dopo sei anni si può dire che giocheranno in casa.










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