Dai Queen con la maglia di Diego ad Ardiles argentino di Londra, 4 storie di calcio e Falkland (o Malvinas)

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La questione dell'arcipelago conteso ha risuonato in tutte le sfide fra i due paesi

Lorenzo Topello

Collaboratore

14 luglio 2026 (modifica alle 07:51) - MILANO

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“Ci sono un sacco di modi per ferire un uomo e per metterlo al tappeto. Puoi colpirlo, puoi tradirlo, puoi trattarlo male e lasciarlo solo quando è giù di morale”. Marzo 1981, lo stadio del Velez Sarsfield è pieno ma non gioca nessuno. Gli applausi scrosciano per il frontman della band, indiavolato davanti al microfono e con indosso la maglia della nazionale argentina. Il pubblico delira ai suoi piedi, anche perché la canzone a Buenos Aires la chiamano “Otro que muerde el polvo” e anche nell’emisfero australe è divenuta hit da perdere la testa. Solo che il titolo originale è inglese, perché chi canta si chiama Freddie Mercury e attorno a lui rombano le chitarre dei Queen. Due minuti prima il suo brano, Another One Bites the Dust, è stato presentato alla folla direttamente da Diego Armando Maradona che ha preso in prestito da Brian May una maglia con la Union Jack. Il destino acchiapperà gli uomini, il pallone, le idee politiche e li agiterà in un frullatore infernale: tutti i presenti, solo un anno dopo, scopriranno che sì, ci sono tanti modi per ferire un uomo e metterlo al tappeto. Lo insegna la storia (calcistica e non solo) delle Falkland. O Malvinas, a seconda degli schieramenti. 

il conflitto

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Preambolo storico. Dicembre ’81, al potere in Argentina sale Leopoldo Galtieri, l’ultimo dei militari. La dittatura ha dilaniato ogni aspetto della quotidianità: i desaparecidos si contano a decine di migliaia, l’iperinflazione e l’impoverimento del Pil sono sotto gli occhi di tutti. L’unico appiglio a cui può attaccarsi un regime in difficoltà è il gancio nazionalista: una guerra-lampo per recuperare consensi, una conquista militare per rinfocolare la propaganda. Il mirino cade sulle Isole Falkland, possedimento britannico che però sorge al largo dell’Argentina e da secoli è rivendicato da Buenos Aires, che di inglese non riconosce neanche la denominazione: si chiamano Malvinas, da quelle parti. Il 2 aprile 1982 Galtieri dispone la conquista immediata, riuscita senza problemi: 84 commandos argentini sbaragliano la modesta guarnigione inglese e l’opinione pubblica esulta, distratta rispetto alla sanguinosa crisi economica e sociale. Il problema è che da Londra rispondono eccome: Margaret Thatcher manda due portaerei, sottomarini e navi da guerra. È la più grande operazione militare britannica dal ’45 e, complice la sovrumana differenza di forze rispetto all’impreparato esercito sudamericano, finisce in due mesi: il 14 giugno l’Argentina firma la resa e piange oltre 600 morti (fra cui molti ragazzi coscritti), a cui si sommano più di mille feriti e 11mila prigionieri. 

LA FINALE DIMENTICATA DI PORT STANLEY

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Indietro veloce. Alle Falkland il pallone rotola prestissimo: nel 1916 nasce a Port Stanley la Stanley Fc, ma le Malvinas passano dagli atlanti agli almanacchi sportivi nel 1976, per merito di uno storico… Inghilterra-Argentina. Galeotta una compagnia petrolifera, la YPF, che parte da Buenos Aires in quell’anno per costruire impianti e finisce per coinvolgere tutti in un torneo amichevole nell’arcipelago della discordia. Si iscrivono in quattro squadre: gli operai argentini della YPF, il club locale della Stanley Fc, la Royal Marine Detachment (gli inglesi di stanza nelle isole) e la Construction Johnstones (inglesi anche loro: sono i dipendenti dell’azienda che sta costruendo l’aeroporto locale). La finale è Argentina-Inghilterra: gli operai di Buenos Aires contro i locali della Stanley. Vincono quelli che parlano spagnolo, 2-1. Il commentatore radiofonico Patrick Watts, capocannoniere all’epoca della selezione locale, la ricorderà così: “Gli argentini in effetti erano bravi. E la relazione con loro oggi è buona”. Un po’ meno nell’aprile ’82, quando Watts si ritrova di turno in radio proprio durante l’attacco argentino: “Il governatore britannico mi ordinò di restare in onda tutta la notte. E per tutta la durata del conflitto lavorai con quattro civili accanto, sotto controllo argentino”. Due anni prima Watts aveva letto in radio un comunicato dal ministero degli esteri inglese: “Crediamo che in futuro riconosceremo la sovranità argentina”. La storia ha preso una piega un filo diversa. 

i queen e maradona

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Nel 1981, mentre i Queen cantano insieme a Maradona, Gabriel Garcia Marquez consegna alla storia il suo Cronaca di una Morte annunciata. Diventerà il sottotitolo tragico e ideale all’esperienza argentina alle Malvinas, ma quell’8 marzo allo stadio del Velez, durante il concerto di Mercury e soci, ancora non lo immagina nessuno. Eppure Another One Bites the Dust, che Freddie canta col 10 di Diego sulla schiena, urla contro la guerra, contro la triste fine dei civili che diventano prima soldati e infine statistiche. Quella notte il calcio e la musica si stringono la mano cordialmente, mentre Brian May riflette a voce alta: “Noi artisti siamo più fortunati dei calciatori: almeno noi suoniamo fino a 80 anni. Loro devono arrendersi ai limiti temporali del fisico. Come farà Maradona a smettere di giocare? Finché vai in campo sei un dio, dopo ti tocca reinventarti e tornare normale. Gli ex calciatori diventati uomini hanno tutta la mia stima”. Ma Diego sentirà sua la causa delle Malvinas per tutta la vita, se è vero che parlando della sfida a Messico ’86, confesserà: “Certo, prima della partita avevamo detto che il calcio non aveva a che fare con quella guerra. Ma sapevamo che avevano ucciso lì un sacco di ragazzi come uccellini. E quindi la nostra era una vendetta”. 

spagna '82, scoperta amara

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Le Malvinas caratterizzano inevitabilmente anche la spedizione della Seleccion al Mondiale di Spagna. L’Argentina esordisce da campione in carica il 13 giugno, la sera prima che Galtieri firmi la resa con Thatcher. Ma il Mundial di Maradona e soci inizia male e non solo per la sconfitta col Belgio, ma anche e soprattutto per le dolorose scoperte che attanagliano la Seleccion una volta arrivata in Europa: “Eravamo convinti che stessimo vincendo il conflitto” racconterà Diego, “ma sulle testate spagnole leggemmo quello che stava realmente accadendo: era una catastrofe per il Paese e un colpo durissimo per noi”. La propaganda aveva imbevuto anche loro, che due settimane prima si erano fatti ritrarre all’arrivo in Spagna reggendo lo striscione “Le Malvinas sono argentine”. Ci credono tutti, soprattutto Ardiles, uno degli argentini che milita in Inghilterra (al Tottenham, dove finisce fischiatissimo da aprile a fine stagione) e che ha perso un parente durante i combattimenti. In Argentina intanto provano a tenere alto il morale popolare: l’aviazione di Galtieri lancia volantini su Buenos Aires, immagini che raffigurano Diego mentre accetta la resa di un leone inglese. 

retroscena e cori

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Le Falkland, ovviamente, entrano a gamba tesa nel calcio anche a Messico ’86. Uno scherzo del tabellone mette di fronte Argentina e Inghilterra ai quarti, così la stampa di Buenos Aires carica in prima pagina: “Stiamo venendo a prendervi, pirati!”. I tifosi della Seleccion sbarcano all’Azteca bruciando bandiere inglesi. Sul campo va come sappiamo: Maradona si traveste prima da Robin Hood e poi da Leonardo Da Vinci, con due capolavori tanto diversi e allo stesso tempo leggendari. Le Malvinas dominano le prime pagine anche dopo la vittoria albiceleste, se è vero che El Grafico apre con la gigantografia di Diego e un eloquente: “Non piangere per me, Inghilterra”. Qui finisce il calcio e inizia il romanzo popolare: il primo coro che gli argentini dedicano a quella sfida fa, testualmente, “Thatcher, Thatcher, dove sei? Maradona ti sta cercando per fotterti da dietro”. Oggi, mentre gli inglesi si concentrano più che altro sulla vendetta sportiva dopo l’eliminazione del 1986 (e quella del ’98 in Francia), la memoria della guerra è ancora presente nelle canzoni urlate a squarciagola dalla Seleccion durante le feste in spogliatoio. Il coro più gettonato si chiama La Cuarta Estrella e nel ritornello recita: “Argentina, voglio vederti ancora campione: per le Malvinas, per Diego, per l’ultima di Leo”. I tre pilastri recenti dell’argentinità. Mercoledì, in semifinale, il destino si divertirà ancora con quello strano mix di uomini e storie che è il calcio. E chissà che non si riveli beffardo come nella notte del concerto dei Queen, a Buenos Aires: Freddie Mercury, di fronte all’adorante popolo argentino, chiuse la serata cantando God Save the Queen.

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