Da Balo-gol in Amazzonia alla tragedia di Zenica: 12 anni di disastri azzurri e presunti colpevoli

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L’Italia resta ancora fuori dalla Coppa del Mondo: uno spareggio ci sta perderlo, restare per 12 anni ai margini del calcio che conta è diverso...

1 aprile - 16:18 - ZENICA (BOS)

Il caldo dell’Amazzonia è un pallido ricordo che intristisce: risale al 15 giugno 2014 l’ultimo gol dell’Italia in un Mondiale. Lo segnò Balotelli contro l’Inghilterra a Manaus, illudendoci che la spedizione brasiliana avrebbe regalato qualche soddisfazione. Invece l’Italia di Cesare Prandelli perse le successive partite del girone, contro Costa Rica e Uruguay, e prenotò in fretta le vacanze. Da quel momento in poi, la Fifa ha perso le nostre tracce. Per la verità la crisi era cominciata quattro anni prima in Sudafrica, quando Lippi si incagliò con la barca a vela della riconoscenza su scogli neozelandesi e slovacchi. Ma sottovalutavamo il problema, che era molto più profondo e avrebbe escluso a tempo indeterminato la Nazionale dal torneo più bello. Nel 2030 esisteranno giovani padri di famiglia che non hanno mai visto l’Italia superare un primo turno e soprattutto ragazzi neopatentati, maggiorenni, che ignorano la sensazione di vivere un’estate mondiale. I social, impietosi, mostrano le immagini di Jannik Sinner sciatore bambino nei giorni in cui l’Italia del calcio si divertiva a immaginare curve che la portassero alle sfide contro Brasile o Argentina.

eccezioni

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L’Italia ha saputo paradossalmente migliorare il suo status in area continentale, non solo con la magnifica impresa di Wembley 2021 ma anche con la finale del 2012 di Prandelli e il discreto Europeo con Antonio Conte ct nel 2016. Ma il Mondiale è diventato un romanzo d’appendice, del quale aspettiamo ogni volta con ansia la puntata successiva per poi rimanere puntualmente scioccati. A volte forse è meglio nemmeno conoscere il finale della storia, che in Bosnia si era intuito dopo l’incauta scivolata di Bastoni che ha privato Gattuso del proprio difensore centrale e lasciato la squadra in dieci. Ma perdere uno spareggio ai rigori, in trasferta e con un arbitraggio non proprio favorevole può capitare. Non possono invece essere casuali il susseguirsi degli eventi e il crollo dello status: tra le prime venti nazionali del ranking Fifa, al Mondiale del 2026 manca solo l’Italia. Non è quindi proprio vero che l’allargamento del format Infantino, pur valorizzando realtà quasi dilettantesche tipo Curaçao, ci ha penalizzati. Semmai ci ha costretto a scontrarci con i nostri limiti irrisolti.

gattopardiani

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Nel 2017 attribuimmo la colpa del fallimento al ct dell’epoca, Ventura, che in pratica non ha più raddrizzato la rotta della carriera dopo il doppio spareggio contro la Svezia. Pensate come cambiano le percezioni: l’Italia allora arrivò seconda nel girone dietro alla Spagna, mica un’avversaria qualunque, e venne eliminata dai centimetri della sfortuna, tra un autogol di De Rossi e un palo di Darmian. Eppure già in quel caso, comprensibilmente, invocammo la rivoluzione federale. Secondo consolidate abitudini invece il presidente, Carlo Tavecchio, non mollò – si sarebbe dimesso per altre ragioni un anno e mezzo dopo - e anzi rilanciò chiamando Roberto Mancini a gestire la rinascita. Operazione tecnica che poi avrebbe ereditato il successore, Gabriele Gravina. Tutti ricordiamo come è andata: abbiamo pianto di gioia per l’abbraccio tra il ct e Gianluca Vialli a Londra, festeggiando un capolavoro europeo che non realizzavamo dal 1968, e poi di vergogna a Palermo quando l’Italia è stata battuta dalla Macedonia del Nord. Per assurdo il titolo di Wembley ci ha fatto credere per qualche mese di essere tornati grandi, rimandando la resa dei conti con la verità: il cedimento strutturale nasce da lontano e aveva trovato conferme evidenti nel flop della Nazionale di Spalletti all’Europeo 2024. Essere maltrattati dalla Svizzera era sembrato tecnicamente logico, così come è parso inevitabile incassare un 7-1 dalla Norvegia e trovarci invischiati di nuovo negli spareggi. Gli altri migliorano e vincono, noi restiamo a guardare loro e l’America.

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