L'ex difensore rossonero: "Si può ripartite in fretta purché ci siano chiarezza ed entusiasmo. Spero che Modric resti, quest'anno dietro lui e Rabiot il vuoto"
Il Milan senza anima di oggi è lo stesso che solo qualche decennio fa aveva si vantava di avere campioni con più coppe che stagioni alle spalle. E le stagioni erano tante: Alessandro Billy Costacurta è stato rossonero per ventuno anni (più quelli tra i ragazzi) alzando 23 trofei. Colonna di una squadra che sapeva imporsi in Italia (sette scudetti) e in Europa (5 Champions), mentre il Milan di oggi non riesce neppure a mettere la testa fuori dal campionato.
Costacurta, a distanza di quasi tre settimane, si è spiegato il crollo rossonero del finale di stagione rossonero?
“Una o due partite sbagliate possono essere casuali, ma dieci no. A maggior ragione certe sconfitte casalinghe, con un obiettivo a portata di mano. È un indice chiaro del fatto che si sia creato qualcosa di sbagliato, di rotto tra squadra e allenatore. Colpa di tutti ma, per me, chi va in campo è sempre il primo responsabile. L’idea che mi sono fatto da fuori è che si sia creato un gruppo di bravi ragazzi ma senza la personalità necessaria per competere per certi traguardi”.
Possibile però che un allenatore esperto come Max Allegri non sia stato capace di invertire la rotta?
“La penso come Ancelotti, il più bravo di tutti: un allenatore incide sì, ma fino a un certo punto. Poi tocca ai giocatori. O, ancora meglio, distinguiamoli dai “calciatori”. Per giocare a calcio serve una buona tecnica e di gente con grande qualità il Milan ne aveva sicuramente. Poi però servono i calciatori a 360°, dentro e fuori dal campo, i Rabiot, i Modric”.
Dietro, il vuoto?
“Ci sono episodi che dimostrano lo spessore della persona, prima ancora che del professionista. Quante volte Maignan, il capitano della squadra, ha portato in campo i compagni in ritardo? Che fosse l’inizio della partita o l’avvio della ripresa? Se è stato fatto volontariamente è una pochezza, se involontaria è ancora peggio: finisci solo per innervosire gli altri e l’arbitro. Il capitano del Milan è anche un esempio di stile e di puntualità. I dettagli che fanno la differenza sono altri: l’attenzione, le marcature, il sacrificio. Il resto sono solo bassezze”.
Il Milan aveva scelto Allegri per ripartire dopo aver affidato la panchina a due allenatori stranieri, senza successo. Oggi a chi affiderebbe la ricostruzione?
“Vorrei qualcuno che disciplinasse finalmente la squadra, che restituisse entusiasmo, gioco, corsa, identità. Spenderei per due trascinatori giovani, due ragazzi di 23-24 anni. Gente motivata, che ricrei energia: le partite devono essere arrembanti, cosa che da anni qui non succede e invece in giro per il mondo sì. Vorrei una squadra non che aspetti l’avversario come ha fatto quest’anno ma che lo porta a sbagliare. Gol lo prendi comunque, ma almeno diverti. Ecco, vorrei questo: un allenatore con coraggio e voglia”.
Cosa altro servirebbe, a suo parere, per colmare la distanza con le altre squadre candidate allo scudetto?
“Sono ottimista, come il mio amico Sandro Nesta. Servono un paio di giocatori che possano spingere, un allenatore che dia una linea chiara, una direzione. E un riferimento dell’area tecnica che abbia una strategia definita. Certo, bisogna azzeccarli e volerlo. Non parlo di nomi specifici ma mi sembra che da Rangnick siano passate squadra che avevano un senso, un’organizzazione. E Ibrahimovic, a contrario del pensiero di molti, non mi sembra abbia voglia di ritagliarsi uno spazio di primo piano, tutt’altro”.
Leao si è già chiamato fuori: ha fatto sapere di volere una nuova sfida. Una perdita per la squadra o una liberazione dopo stagioni mediocri?
“È sempre stato sbagliato, a mio avviso, considerarlo un leader, invece che un buon giocatore capace di accendersi a intermittenza. Personalmente non l’ho mai considerato da pallone d’Oro: ho giocato con alcuni di loro e… sono tutta un’altra cosa. Se va via, certo non perdi Kakà o Sheva. Rafa non è mai stato un fuoriclasse, anche se lui stesso poteva pensare di esserlo. Se poi invece cambia idea, arrivano i veri leader e a lui è data una dimensione diversa, in un contesto giusto, allora può anche essere utile. Ma deve essere visto per quello che è: un ottimo giocatore, non la stella della squadra”.
Chi sono invece i giocatori a cui concederebbe un’altra chance?
“Pulisic è reduce da sei mesi disastrosi ma è sempre stato un serio professionista: non lo boccerei solo per la seconda parte di stagione. Spero che Modric resti: alla sua età andrebbe gestito, ma quando è in campo insegna ancora calcio. Lo stesso mi auguro per Rabiot: è una bestia. E poi Bartesaghi è giovanissimo e può crescere, Pavlovic si è dimostrato affidabile. Se Maignan smette con certe frivolezze, è forte: se c’è da parare, para. Gabbia può restare, accanto a un difensore forte che va preso. Così come un grande centravanti. Ma ripeto: si parte dal manico, e cioè da allenatore e direttore tecnico, per il resto non servono chissà quanti interventi”.
Ritiene che la distanza con le big possa dunque essere colmata in fretta?
“Dipende sempre dagli obiettivi. Se è per tornare finalmente in Champions e rimanerci stabilmente allora sì, non manca tanto. Se invece l’obiettivo è tornare a vincere in Italia e in Europa, allora dico che ci vorranno ancora anni. Ci sono almeno sei-sette squadre molto più forti, anche dell’Inter”.










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