Immaginate di svegliarvi con la febbre alta, un dolore al petto che vi preoccupa, o semplicemente di dover cambiare una medicazione. Fino a ieri, le opzioni erano quasi obbligate: aspettare giorni per un appuntamento dal medico di base, oppure finire al pronto soccorso – già intasato – a fare ore di coda tra codici gialli e verdi, seduti accanto a chi ha problemi ben più seri dei vostri.
Oggi qualcosa sta cambiando, lentamente ma concretamente. Nei quartieri e nei comuni di mezza Italia stanno aprendo le porte strutture nuove, pensate proprio per quei momenti di mezzo: non emergenze vere, ma nemmeno situazioni che si possono ignorare. Si chiamano case di comunità, e l'idea alla base è tanto semplice quanto rivoluzionaria: portare la sanità vicino alle persone, invece di costringere le persone a inseguire la sanità.
La risposta italiana al sovraffollamento di ospedali e pronto soccorso è definita dalla missione 6 del Pnrr ed è finanziata con 7 miliardi di euro (mentre altri 8,65 sono destinati a innovazione e digitalizzazione in sanità). L'obiettivo è creare una nuova rete sul territorio che si articola in tre strutture complementari: le case di comunità, aperte 24 ore su 24 e dedicate all'assistenza ambulatoriale e domiciliare, con un'attenzione particolare ai pazienti fragili e cronici; gli ospedali di comunità, con posti letto per chi non ha bisogno dell'ospedale tradizionale, ma non può neppure stare a casa; e le centrali operative territoriali, che coordinano la rete dei servizi sanitari e sociali.
Più di 700 strutture aperte, ma l'Italia viaggia a due velocità
I dati dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), aggiornati al 31 dicembre 2025, mostrano però che c'è ancora molta strada da fare per raggiungere gli obiettivi previsti entro quest'anno. Se infatti il numero di centrali operative territoriali attive supera ampiamente quello programmato (612 contro 480), le case di comunità sono appena 781 sulle 1.715 pianificate, e gli ospedali di comunità 163 su 307.
«Gli obiettivi sono sfidanti e possono essere affrontati solo con una visione d'insieme», spiega Achille Di Falco, direttore dei Servizi socio-sanitari dell'Ulss 8 Berica, con sede a Vicenza. «Il Pnrr ci chiede di riunire tutte le risorse presenti nel territorio, ma nelle regioni in cui esiste già una sinergia fra strutture sanitarie e socio-assistenziali è più facile assicurare il risultato, nelle realtà in cui questa è tutta da costruire c'è invece il rischio di non centrare l'obiettivo».
Derivano da qui le differenze territoriali rilevate dal monitoraggio di Agenas, con un gradiente Nord-Sud evidente: Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana e Veneto risultano infatti più avanti, perché partivano già da modelli organizzativi simili a quelli previsti dal decreto, mentre nel Mezzogiorno e nelle isole la presenza dei servizi è molto più limitata.
H24 e senza prenotazione: cosa cambia per i pazienti nelle Case Hub e Spoke
Le case di comunità rappresentano il cuore della riforma. Evoluzione delle precedenti case della salute, sono luoghi riconoscibili e facilmente accessibili, dove il cittadino può trovare una risposta ai propri bisogni. La legge che le istituisce ne prevede due tipologie: le "hub", più grandi e aperte tutti i giorni 24 ore su 24, e le "spoke", più piccole ma più diffuse sul territorio, attive sei giorni alla settimana per almeno 12 ore.
Nelle case di comunità l'assistenza è garantita da medici di medicina generale (o medici di assistenza primaria), dai pediatri e dagli infermieri, mentre la guardia medica consente di coprire i giorni festivi e gli orari notturni. Le attività, integrate con i servizi sociali, includono inoltre l'assistenza domiciliare (anche con l'uso di telemedicina) ed è possibile fare anche alcune visite specialistiche e test ed esami diagnostici.
La presenza di medici e infermieri non coincide con il semplice studio del medico di famiglia: il servizio infatti è aperto a tutti, senza prenotazione e indipendente dall'iscrizione a uno specifico medico.
L'obiettivo è costruire un percorso adatto al singolo, che includa il monitoraggio delle terapie fate a casa (per esempio, per il diabete o per le malattie cardiovascolari), gli screening, ma anche, se occorrono, l'attivazione dei servizi sociali, il supporto domiciliare e l'invio a medici specialisti.
Il modello sul campo: il ruolo chiave dell'infermiere di famiglia
Con le sue nove case di comunità, pensate per rispondere alle esigenze del territorio, l'Azienda Ulss 8 Berica rappresenta un esempio virtuoso.
«Sono strutture molto diverse tra loro per dimensione, collocazione e caratteristiche: alcune si trovano all'interno di ospedali, altre nei dintorni, altre ancora in aree più periferiche», spiega Achille Di Falco. «Sul piano sanitario, molte prestazioni sono semplici e non richiedono il passaggio dal medico o dallo specialista ospedaliero».
A farsene carico è spesso l'infermiere di famiglia, che è presente in tutte le case di comunità, e che non di rado è anche colui che individua situazioni di difficoltà che vanno oltre le necessità mediche.
«Queste figure colmano vuoti che il territorio non sempre riesce a coprire, riuscendo a intercettare persone che prima non accedevano ai servizi, o che erano state "perse" nel sistema, nel classico effetto ping-pong tra strutture», illustra Di Falco. «Spesso emergono bisogni sociali: come la necessità di avere un supporto a domicilio, questioni legate all'igiene, o anche semplicemente il desiderio di compagnia. Anche la funzione di orientamento e costruzione del percorso è cruciale: aiutiamo le persone a capire di che cosa hanno davvero bisogno, le ascoltiamo e costruiamo un progetto personalizzato, interfacciandoci con i comuni, gli enti del terzo settore e altri servizi».











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