racconto
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Un match point annullato al primo turno, la storica vittoria contro Borg e il trionfo in finale su Solomon. Al Roland Garros del 1976 Adriano gioò il tennis più bello della sua vita e trasformò un torneo destinato a sfuggirgli in un trionfo da leggenda
Quella del 1976 era un'Italia inquieta, con una gioventù che aveva già smarrito sia la fideistica e ingenua fede nel futuro, figlia del compimento della ricostruzione, sia lo spirito rivoluzionario e fricchettone dei dissidenti privilegiati di fine anni Sessanta. Lo scontro generazionale s'era fatto armato e cruento; la dialettica sociale, ancora prima di quella politica, non poteva che risentirne. Non sembra l'inizio ideale per narrare un'impresa tennistica, se non fosse che a dare carne, personalità e una chioma nobilmente liscia alla storia è il nome di Adriano Panatta, che in quell'anno raggiunse lo zenit delle sue prestazioni, del suo carisma e delle sue vittorie. Forse perché la sua racchetta respingeva sistematicamente oltre la rete anche un bel po' dei luoghi comuni che caratterizzavano l'epoca.









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