"Se riusciamo a fare gruppo, anche in America ce la giochiamo con tutti”. A Londra, insieme al terzino azzurro e dell’Arsenal, si parla molto di Nazionale, ma anche della sua Inghilterra (“Mi manca il sole”) e di romanzi (“Leggo Orwell”), di shopping e di musica (“Voto pagode brasiliano”). E di quell’allenatore che lo chiamava ‘italian bastard’
Riccardo Calafiori ha messo il sole al centro della sua vita. Sin da piccolo ha imparato a vederlo anche quando non c’è, allontanando col pensiero quelle nuvole londinesi che da due anni accompagnano il suo risveglio. “Dell’Italia mi manca quello, più di ogni altra cosa”. A guardarlo bene, con quel look da surfista australiano, non si direbbe proprio: il sole sembra sbattergli addosso anche quando fuori diluvia da giorni. Riccardo ha appena 23 anni ma sa già vedere il bene lì dove gli altri vedono la rabbia, la paura e la pressione. Sorrideva dopo l’infortunio che poteva rovinargli la carriera quando aveva 16 anni. Non smetteva neppure dopo che la Roma, la sua squadra del cuore, gli comunicava con un Sms che era finito fuori rosa. “Non ho mai sognato di essere un calciatore normale, sapevo che anche nei momenti di difficoltà avrei lavorato per arrivare dove sono oggi”. Il suo Arsenal, capolista in Premier, da decenni non era in corsa per alzare così tanti titoli (Coppe comprese) in una sola stagione. L’Italia, giovedì prossimo, giocherà i playoff contro l’Irlanda del Nord per andare al Mondiale. A qualcuno tremerebbero le gambe, per Riccardo è tutto il contrario: “Sono carichissimo”.
Riccardo, come si vive a Londra?
“Bene, anche se giocando ogni tre giorni non riesci a godertela. La città offre tantissimo, però, se parliamo di Inghilterra, il discorso cambia: Londra è Londra, ma il resto…”.
La nostalgia di casa non si è ancora fatta sentire?
“Mi manca il sole e vorrei vedere più spesso amici e parenti, però non mi lamento. E poi in Italia siamo abituati a osservare, giudicare e criticare. Mi piace che qui non sia così”.
Eppure, il ‘nostro’ sole lo avresti potuto continuare ad ammirare a lungo. Come mai hai scelto la Premier?
“Ho sempre sognato di giocare in Inghilterra. È vero, dopo Bologna sarei potuto andare in una big italiana. Finito l’Europeo, però, il prezzo del mio cartellino è aumentato e la Wsa, l’agenzia del mio procuratore, Alessandro Lucci, mi ha spiegato che l’Arsenal mi voleva davvero. Sapevo che sarei arrivato nel campionato più difficile, ma mi sono detto che avrei sempre potuto fare un passo indietro. E poi, parliamoci chiaro: l’Arsenal è l’Arsenal, una squadra iconica, diversa da tutte le altre”.
Quest’anno potreste alzare un bel po’ di trofei. Che effetto fa?
“Ne ho bisogno, ho voglia di vincere e credo sarebbe importante. Siamo un gruppo giovane, pieno di entusiasmo. Parliamo ogni giorno dei nostri obiettivi, ma percepisco grande serenità”.
Per ora, qual è la più grande soddisfazione della tua carriera?
“Quando ero alla Roma ho comprato casa ai miei genitori. In 23 anni ho ricevuto davvero più complimenti come persona che come calciatore: il merito è loro, mi sembrava giusto ripagarli”.
Se ti metti a confronto con i tuoi coetanei, ti sembra di avere solo 23 anni?
“L’età è solo un numero, però la risposta è no. Ne percepisco 6-7 in più”.
Ogni tanto vorresti essere un comune 23enne?
“Mi piacerebbe andare in vacanza per tre mesi e vivere una vita normale, ma so di essere fortunato. Tanti coetanei non sanno cosa fare nella vita, invece io ho una passione che si è trasformata in un lavoro. Sono felice, anche se in cinque anni ne ho viste di tutti i colori. Se ho una giornata storta, mi prendo un attimo e penso a dov’ero, a dove sono e a ciò che ho costruito. Mi fa stare bene”.
Dopo la firma con la Roma, Mourinho postò un video mentre studiava il tuo profilo al Pc. Pochi mesi più tardi, dopo la sconfitta per 6-1 contro il Bodo Glimt, ti definì inadeguato per il livello della squadra. A 19 anni ti sei ritrovato sulle montagne russe.
“Pazzesco. Avevo staccato il telefono per un paio d’ore e, quando l’ho acceso, avevo 300 notifiche da leggere. La gente mi inviava il video con le mie statistiche pubblicato da Mou. Ero contentissimo, poi probabilmente l’ho deluso e dopo il Bodo è cambiato tutto. Doveva andare così, è stata una batosta ma mi ha aiutato a crescere”.
Così sei finito al Genoa. Federico Marchetti ha raccontato alla Gazzetta che l’allenatore Blessin ti trattava male e ti chiamava ‘italian bastard’.
“Io tendo sempre a giustificare i comportamenti degli altri e sicuramente ho sbagliato qualcosa. Anche a distanza di anni, però, non ho sensazioni positive su di lui. Il Genoa retrocesse e noi litigammo: penso che, anche se mi avesse fatto giocare un po’ di più, la mia carriera non sarebbe cambiata”.
Dopo il periodo al Genoa avevo l'autostima sotto ai piedi. Alla Roma scoprii di essere fuori rosa con un sms
Riccardo Calafiori
Finita quell’esperienza, Calafiori era sparito dai radar.
“Avevo l’autostima sotto i piedi. Sono tornato alla Roma e ho appreso da un Sms che ero fuori rosa. Mi chiedevo se il mio destino fosse nelle Serie minori, però ero fiducioso: non ho mai sognato di essere un calciatore normale, volevo lavorare per arrivare dove sono ora”.
Ti sei mai sentito incompreso dalla Serie A?
“Con Roma e Genoa non è andata bene, ma me ne sono fatto una ragione, perché ero davvero molto giovane. La scelta di ripartire dal Basilea è stata perfetta, appena sono arrivato lì ho capito che era il posto giusto per me: i compagni non si vedevano fuori dal campo, in città c’era poco da fare. Era il contesto ideale per trovare continuità e maturare in fretta. Tornato in Italia, penso di essermi riscattato con il Bologna”.
Se ripensi a quel Bologna, non hai voglia di tornare indietro nel tempo?
“Le cose belle hanno un inizio e una fine. Sono dipendente dalle sensazioni che ho provato quell’anno e vorrei tanto farle di nuovo mie. Lucidamente, però, capisco che è più bello custodire quel ricordo così com’è: perfetto”.
Quanto devi a Thiago Motta?
“Tantissimo. Lui, Spalletti e Arteta mi hanno cambiato”.
Finita la stagione a Bologna, Spalletti ti ha fatto esordire con la Nazionale e ti ha portato all’Europeo.
“C’era tanta concorrenza nel mio ruolo, speravo nella convocazione ma non sapevo cosa sarebbe successo. In pochi giorni ho debuttato in amichevole e mi sono ritrovato titolare all’Europeo: una sensazione stupenda. Gli amici di Roma mi guardavano sul maxischermo in piazza, tutto il Paese tifava per noi”.
Passano pochi giorni e la Spagna ci batte 1-0: autogol di Calafiori.
“Mi è pesato un po’, però quando sono tornato in campo contro la Croazia ero serenissimo. Volevo farmi perdonare, grazie all’assist a Zaccagni ci sono riuscito e siamo andati agli ottavi. È stata l’emozione più forte della mia carriera”.
Adesso la Nazionale deve passare dai playoff. Sensazioni?
“Positive. Siamo carichi e c’è un’immensa voglia di andare al Mondiale. Non vedo l’ora di arrivare a Coverciano per passare tanto tempo con i compagni. La nostra storia ci insegna che, se riusciamo a fare gruppo, ce la giochiamo con chiunque. Anche in America: se ci arrivassimo, potrebbe succedere di tutto”.
Non c’è un po’ di paura?
“Se giochiamo come sappiamo fare, andiamo al Mondiale. Sulla carta siamo superiori, bisogna soltanto credere nei nostri mezzi. In giro c’è un po’ di negatività, ma sono certo che Nazionale e tifosi remeranno nella stessa direzione. L’obiettivo è ancora alla nostra portata, dobbiamo restare compatti”.
Calafiori calciatore assomiglia tanto a Calafiori nella vita di tutti i giorni?
“Un po’ sì, perché parlo poco dentro e fuori dal campo. Quando gioco sono più estroso. Quando tolgo gli scarpini, amo le cose semplici”.
Tipo?
“Libri, musica, amici e shopping”.
Andiamo per step: libri. Cosa leggi?
“Soprattutto romanzi. Mi piace Orwell: ho letto 1984 e La fattoria degli animali”.
Musica: genere preferito?
“Ultimamente vado matto per il pagode brasiliano. Nel prepartita vario in base al meteo: a volte ho bisogno di Battisti, altre del reggaeton…”.
Io e Bove viviamo nello stesso palazzo. Credo sia destino: una vita insieme, dalle giovanili a Londra. Ora è sereno e vuole spaccare il mondo
Riccardo Calafiori
Amici: di recente Edoardo Bove è ripartito dal Watford. Vi vedete spesso?
“Abitiamo nello stesso palazzo. I centri sportivi di Arsenal e Watford sono adiacenti, quindi Edo ha cercato casa nella mia stessa zona. Credo sia destino: una vita insieme nelle giovanili della Roma, ora vicini di casa a Londra. Qualche giorno fa l’ho abbracciato e ho toccato il defibrillatore sottocutaneo, mi ha fatto un po’ strano. Invece, lui è sereno e ha voglia di spaccare il mondo. Sono contento per Edo”.
L’anno scorso siete andati insieme a Wimbledon per salutare Cobolli.
“Abbiamo giocato tutti e tre insieme nelle giovanili della Roma. Io terzino a sinistra, Cobolli a destra. Edoardo ha continuato a frequentarlo anche dopo che Flavio ha scelto di dedicarsi esclusivamente al tennis e, lo scorso anno, era praticamente diventato un componente del suo staff. È stato davvero bello ritrovarci, ci conosciamo da quando siamo bambini”.
Moda: ci tieni tanto?
“Mi piace la ricerca. Vado nei mercatini vintage per trovare brand sconosciuti e pezzi unici. Mi aiuta a staccare la spina”.
Sei vanitoso?
“Mia madre direbbe di sì, ma non è vero. Ogni giorno vedo gente che ha lo specchio come migliore amico”.
Ci riproviamo: completa la frase.
‘Mi taglio i capelli se…’? “...se si avverano determinati desideri. Che adesso non posso svelare”.











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