L’olimpionica scelta come capodelegazione dell’Italia: "Nel calcio l’amore per la maglia c’è, va rispolverato"
Per Diana Bianchedi questi sono stati "giorni di silenzio e di introspezione, interrotti dalle grandi prestazioni dei ragazzi dell’atletica e del nuoto". Poco più di una settimana fa, domenica 9 agosto, il presidente della Figc Giovanni Malagò annunciava in un’intervista alla Gazzetta di avere scelto lei — due volte campionessa olimpica del fioretto, laurea in Medicina, master sportivi e manageriali, alto dirigente nella Fondazione Milano Cortina e vicepresidente vicaria del Coni — come nuova capodelegazione della Nazionale. Un colpo a sorpresa che fa parte della "rivoluzione culturale" che Malagò vuole portare avanti nel calcio. Adesso, tornata dal viaggio con la famiglia in Malesia e compresi al meglio oneri e onori del nuovo incarico, Bianchedi dice la sua su questa, enorme, sfida. "Ero praticamente nella giungla quando ho ricevuto la telefonata di Malagò che mi prospettava questo ruolo e i valori che rappresenta. Ritiene che, un po’ per la mia esperienza e credibilità tra gli atleti anche a livello internazionale, un po’ per quello che ha rappresentato per me la maglia azzurra, possa essere la persona giusta. Sono stata subito entusiasta, ma non siamo entrati nei dettagli tecnici e io, complice un cellulare che prendeva poco e niente, non sono riuscita a gestire al meglio la comunicazione".
Da qui sono nati i problemi con il Coni che in una nota ha ipotizzato un’incompatibilità dei ruoli?
"Avrei voluto parlare con più calma con il presidente Luciano Buonfiglio, cosa che ho fatto appena atterrata. Poco più di un anno fa mi ha scelta come vicepresidente vicaria, mi ha sorpreso e gli sono riconoscente. Nel tempo si è creato un rapporto solido, abbiamo portato avanti insieme diversi progetti, da quello della dual career ai pediatri, c’è sempre stato ascolto e condivisione. Per questo ho preferito privilegiare fiducia e trasparenza: io e Buonfiglio ci siamo presi del tempo per approfondire cosa comporti quest’incarico, lo abbiamo fatto in questi giorni e lo faremo di persona quando rientrerà dai Giochi del Mediterraneo di Taranto, tra venerdì e sabato. Esamineremo punto per punto ogni aspetto per capire insieme come procedere e se qualcosa non fosse compatibile con il mio ruolo di vicepresidente vicario apporteremo le opportune modifiche. Siamo assolutamente allineati, vogliamo far sì che la proposta che mi è stata fatta sia un mezzo per unire lo sport, non una strumentalizzazione per dividere".
Ha mai pensato che questo salto nel mondo del calcio possa compromettere un suo futuro da presidente del Coni?
"No, sono abituata a fare un passo alla volta: sono le scelte quotidiane che ti portano al successo, non i proclami. Io voglio fare bene quello che faccio, poi si vedrà".
Spostiamoci sul nuovo incarico.
"Malagò ha parlato di rivoluzione culturale, due parole toste per avvicinare due mondi, calcio e altri sport, che paradossalmente oggi sono un po' lontani. Quando è uscita la notizia ho ricevuto una quantità di messaggi da parte di atleti di altre discipline, da Goggia a Fontana, tutti entusiasti: è un modo per dire prendiamoci per mano e condividiamo il piacere, la voglia e la bellezza di vestire la maglia azzurra".
Nel calcio c’è stato un certo scetticismo. "Che c’entra Diana Bianchedi?", si sentiva dire.
"Io non voglio convincere nessuno e da atleta non penserò mai di avere una medaglia in tasca prima di gareggiare, quindi non mi aspettavo altro tipo di considerazioni. Il mio ruolo istituzionale sarà quello di unire il mondo del Coni e il mondo del calcio, perché la maglia azzurra è azzurra per tutti, è stato il mio sogno da bambina ed è lo stesso dei piccoli calciatori".
Tra chi l’ha preceduta ci sono uomini che hanno fatto la storia del calcio come Riva e Vialli. Il suo lavoro sarà differente?
"Certo, del resto anche loro erano diversi. Quello che li ha accomunati è per me la passione intima, profonda, vera per la Nazionale. E quella passione è ciò che ora ci deve ricompattare".
Non teme che questo gruppo di calciatori, con storie molto diverse da quelle che lei ha vissuto più da vicino, possano non ascoltarla?
"Io parto dalla convinzione che anche loro abbiano avuto il sogno della maglia azzurra. Ora va rispolverato, va raccontato, va fatto uscire. Io non sono lì a insegnare niente a nessuno, sono lì come sono vicepresidente del Coni per mettere gli atleti al centro. Il mio è un ruolo di rappresentanza, ma di rappresentanza del valore di quella maglia, che rispetto da quando in terza media scrivevo i temi su Baresi".
Qualcuno ha detto che è stata scelta perché donna.
"Un concetto che mi fa accapponare la pelle. Io sono stata atleta e atleta è una parola che non ha genere. Non credo che la motivazione sia questa, penso nasca dal mio rapporto di lavoro con Malagò con cui ho affrontato diverse avventure, dalla sconfitta di Roma 2024 ai Giochi di Milano Cortina. Sfide difficili, portate avanti con tenacia e passione, cose che vanno molto al di là del genere. Già che ci siamo, una precisazione: mai stata socia dell’Aniene...".
Torniamo al suo rapporto con il calcio, al tifo per il Milan e a quel tema su Baresi.
"Tema in inglese, iniziava con "He was born in Travagliato" (ride)... Il calcio mi è sempre piaciuto, nel 1982 ero a Roma per i campionati italiani, avevo 12 anni ed ero un’outsider. Al telefono dissi a mio padre: "Se vinco mi regali l’abbonamento al Milan?". L’ho avuto... Andavo spesso a Milanello e ricordo una magnifica trasferta con mia mamma in macchina fino a Vienna per la finale di Coppa dei Campioni del 1990. È un mondo che ho sempre amato, il calcio unisce e a casa mia è seguito da tutti. Mio figlio Federico è della Roma, va allo stadio, Giulia è più tifosa del tifo, ama le gare, l’agonismo".
Ha già parlato con Mancini e Ranieri?
"Li ho sentiti subito quando ero in Malesia via messaggio, sono stati super carini e ci siamo ripromessi di vederci, ma prima voglio incontrare Buonfiglio".
Dopo di che entrerà nel mondo del calcio. Pronta?
"Prontissima: non ci sono sfide facili in partenza, ma non sono spaventata. La affronterò con entusiasmo, ma anche con la giusta attenzione per fare meno errori possibile. Veniamo da un periodo difficile, la responsabilità che sento è tanta. Lavoreremo di squadra così tra quattro anni i ragazzi di oggi potranno vedere l’Italia al Mondiale".









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