A tu per tu col leader iridato dell'Aprilia: "Amo casa mia, il Principato è fighetto, non fa per me". E poi: "Ho iniziato in officina con papà perché non voleva dormissi fino a mezzogiorno"
16 aprile - 09:37 - MILANO
Altro che pilota scavezzacollo. Si scopre che il Bez è un ordinatissimo ed organizzato uomo di casa. Mentre Rubik si aggira per le stanze, solo apparentemente truce, lui abbina i calzini, ripiega lo stendino che ha appena svuotato e lo ritira nel sottoscala. "Tra un po' qua sotto non ci starà più. Ci voglio mettere la RS-GP 2025 che Rivola mi aveva promesso se avessi vinto tre gare". Tutt’attorno, appesi alle pareti e negli scaffali, tanta Aprilia, altrettanti numeri 72 rossi e ancora più basket. Sopra una porta un musetto con il suo bel numero e un piccolo canestro. "Sto facendo poco alla volta perché devo fare tutto io, mi rompe i m… che altri mi facciano i lavori in casa". Marco Bezzecchi vive poco fuori città, dalle parti del casello di Rimini Nord, in una casetta gialla su due livelli che si è fatto costruire a sua immagine e somiglianza, assecondando gusti e sfizi, dopo aver fatto abbattere quella del nonno che sorgeva sullo stesso piccolo terreno.
insieme a rubik
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Avrebbe potuto andare a stare ovunque, nel centro di una metropoli, sul mare, in montagna. O a Montecarlo. "A far cosa? Ma neanche se mi paghi per andarci. No dai, troppo fighetta, non farebbe per me. La mia vita è qui, da solo ma sempre vicino ai miei genitori, agli amici, al mio preparatore. Andare alle corse è la cosa più bella del mondo, intendiamoci, ma quando sono ai GP non vedo l’ora di tornare qui. Mi manca la mia quotidianità". Con lui nella casetta gialla vive Rubik, il suo pitbull grigio di 5 anni. "Ha l’aria minacciosa ma è buono", assicura il Bez. "Si chiama così perché sono appassionato del cubo". Se ne accorsero quelli della MotoGP quando, l’anno scorso, per celebrare la prima volta in Ungheria, chiesero ai piloti di risolvere il celebre gioco-dilemma e lui stupì tutti riuscendoci in pochi secondi. Per la stessa ragione in camera da letto ha un suo grande ritratto, in stile Marilyn di Andy Warhol, realizzato con decine di cubi di Rubik. Opera di Alessandro Contardi. Gli armadi, numerosi, sono stipati di capi sportivi, belli allineati per tipologia e colore. Bez mostra tutto, ma quando arriva a un pezzo specifico dice: "Questo no…".
È un basco con su l’icona sportiva forse più famosa del mondo: Michael Jordan che vola. Perché questo no?
"Perché Jordan ha sei anelli, prima di farmi vedere con questo in testa dovrei vincere sei Mondiali…".
Facciamo che ne basta uno…
"Ma sì dai, mi ci faccio fotografare se vinco il Mondiale. Continuo a dire che non è quello, adesso, l’obiettivo. E sono sincero. Poi è ovvio che mi piacerebbe, che ci penso. È tutta la vita che lo sogno".
Intanto è in testa da 121 giri consecutivi, 5 GP, come nessuno mai in MotoGP…
"Incredibile eh. Me ne sono reso conto solo quando tutti l’hanno scritto. E allora ho cominciato a pensarci: è una roba grossa. Una bella soddisfazione".
L’avrebbe detto a Austin che partendo dalla seconda fila avrebbe chiuso il primo giro in testa?
"No, l’obiettivo non era certo il primo giro, l’obiettivo era di vincere perché sentivo di essere veloce. Ho intravisto la possibilità dei sorpassi e li ho fatti subito. Solo alla fine mi hanno detto che avevo salvaguardato il record. E ho pensato: "bello"".
Quello è un primato che per un po’ nessuno potrà toglierle. E non è finita…
"Per adesso no: speriamo di fare almeno altri venti o trenta giri in testa... Sarà dura. Ma ci provo".
Per la guerra in Medio Oriente vi è capitata questa pausa così lunga: è un bene o sarebbe stato meglio fare almeno un GP?
"Molto meglio correre. Anche perché il Qatar è una gran pista, di quelle che fanno paura. E in più ero, sono, in un buon momento: non avevo proprio voglia di star fermo tre settimane".
Sempre a Austin, andando verso il podio, Jorge Martin ha detto: "Adesso copio tutto quello che fa il Bez"...
"Allora adesso metterò il muro nel box (risata). No, scherzo, ci mancherebbe. Da una parte mi fa piacere, significa che ho fatto un lavoro decente. Ma siccome anche lui va fortissimo, magari sarò anche io a copiare lui".
Nei primi tre GP l’Aprilia è andata indubbiamente meglio della Ducati. Davide Tardozzi, team manager delle rosse, ha detto: "Noi siamo migliorati, ma loro lo hanno fatto molto più di noi..".
"Non lo so. Non guardo molto quello che fanno gli altri. Noi siamo migliorati, questo è sicuro".
Chi di più: la moto o il pilota?
"Per il regolamento la moto aveva poco margine e su quel poco i ragazzi hanno lavorato benissimo. E io uguale: ho fatto tutto quel che potevo, sia sotto il profilo fisico, sia come tecnica, girando con moto diverse. Anche se niente è come la MotoGP. Per cui ogni venerdì mattina di GP quando arrivi in pista è un po’ un’incognita. Arrivi sempre un po’ con il patema. Ma è il suo bello".
Da casa ci spostiamo alla Centrauto, l’officina di riparazione camion di papà Vito. Quanto ha lavorato qui, il giovane Bez?
"Un paio d’anni. Avevo finito la scuola, ero in Moto3. Il babbo non voleva che dormissi fino a mezzogiorno...".
Perché di suo l’avrebbe fatto?
"Dio bo’. Allora sì. Ora no, mi sveglio alle 6 e mezza tutte le mattine per allenarmi. Alla Centrauto ho cominciato in magazzino, per non far danni. Poi ho iniziato a dare una mano con i camion. E i danni li ho fatti lo stesso. Una volta, stavo facendo un tagliando, mi son tirato addosso una ventina di kg di olio esausto, ero diventato tutto nero come quei poveri uccelli che si vedono nei documentari sull’inquinamento. Ma mi piaceva, era divertente. E poi ho imparato un mestiere, che non si sa mai. E soprattutto ora so cosa vuol dire andare a lavorare per davvero. Perché sì, siamo professionisti, il nostro è un impegno, allenarsi è dura, ma la moto è troppo divertente. A vederla come un lavoro non ci riesco proprio".









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