Bellusci: "Giocavo in A poi ho toccato il fondo, ora si girano tutti dall'altra parte. Io? Servo ai tavoli"

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L'ex Palermo e Catania sulla sua situazione: "Avrei potuto vivere grazie ai guadagni della carriera. Poi scelte errate e adesso ne pago le conseguenze, faccio il cameriere in un ristorante”. Sul futuro: "Il calcio è la mia vita. Ai giovani insegnerò a non commettere i miei stessi errori”

Oscar Maresca

12 marzo - 17:09 - MILANO

Giuseppe Bellusci risponde al telefono poco prima di cominciare il servizio: “Lavoro come cameriere in un ristorante. Il sabato pomeriggio gioco con il Monticelli in Promozione, poi inizio il turno. Pure la domenica sono in sala, sia a pranzo che a cena. Ho toccato il fondo, sto affrontando una situazione economica complicata. Ma non mi arrendo”. Il difensore classe ’86 ha collezionato oltre 130 presenze in Serie A, fino a due anni fa era in B con l’Ascoli. Ha vestito – tra le altre - le maglie di Catania, Palermo, Monza. A 36 anni è tornato a casa, nelle Marche, per stare vicino alla famiglia: “I miei genitori avevano bisogno di me. Ho dato tutto per loro, il calcio mi ha salvato dalla fame e dalla strada. Purtroppo però ho fatto scelte sbagliate. Non sono stato lungimirante. Avrei potuto vivere grazie ai guadagni della carriera. Invece mi sono perso, adesso ne pago le conseguenze”.

Bellusci, di chi è la colpa? 

“Soltanto mia. Tornassi indietro prenderei altre decisioni. Mi sono fidato delle persone sbagliate. Sono sempre stato schietto e sincero con chiunque: compagni, allenatori, dirigenti, presidenti. Qualcuno non l’ha mai sopportato. Ora che sono in difficoltà si girano tutti dall’altra parte”. 

Lei però non si è arreso. 

“Mi sono rimboccato le maniche. Continuo a giocare a calcio, lavoro, arrotondo con quello che ho. Voglio ritrovare me stesso. Non riesco a immaginare la mia vita lontano dal campo”. 

Ha avverato presto il sogno: a 17 anni subito in Serie A. 

“Con l’Ascoli di Sonetti, era il 2007. In una sfida con il Palermo, Di Biagio si fa male ed entro io. Non avrei dovuto essere neppure in panchina. Durante la rifinitura si erano infortunati due difensori e il mister mi convocò”. 

Qualche anno dopo è arrivata l’occasione Catania. 

“Non ero convinto di lasciare Ascoli. Mi chiamò il presidente dicendomi che con i soldi del cartellino avrebbe potuto salvare il club. Accettai per amore della squadra. In Sicilia però ho vissuto anni splendidi”. 

Nel 2009 ha conosciuto Mihajlovic. 

“Ho un bellissimo ricordo di Sinisa. Riuscimmo a conquistare una salvezza straordinaria, soltanto un allenatore con il suo carisma poteva riuscirci. Mi diceva sempre: ‘In te vedo la stessa fame che avevo io’. Era una persona fantastica, si percepiva la sua dote innata di riuscire a superare ogni difficoltà”. 

In quel gruppo c’erano Mascara, Maxi Lopez, Morimoto. Gli scherzi nello spogliatoio erano all’ordine del giorno. 

“Takayuki era il più simpatico. Mangiava in continuazione, eppure restava sempre uno stecchetto. Una volta passò a prendermi per andare all’allenamento, sentivo un odore strano in auto. Gli dissi: ‘Ma cos’è, benzina?’. Lui rispose: ‘No, Beppe. Ho mangiato tanto aglio alla brace. Fa bene alla salute’. Era un mito”. 

L’anno successivo, dopo Giampaolo, in panchina è arrivato il Cholo Simeone. 

“Non abbiamo avuto un buon rapporto. In quella stagione avevo problemi alla schiena, giocavo poco. Discutemmo in maniera accesa e mi mise fuori rosa”. 

Con Montella e Maran ha ritrovato continuità. 

“Ho sfidato tanti campioni: Totti, Higuain, Seedorf, Robinho. Una volta ho pure rubato il pallone a Ronaldinho. Ero cattivo, irruento nei contrasti. Nel 2013, in un derby contro il Palermo, per un mio errore i rosanero pareggiarono al 94’ con Ilicic. Ci fu una maxi-rissa nel finale tra Andujar e Barreto, ero infuriato. Litigai con tutti, sembrava la Royal Rumble. Io e Mariano rimediammo tre giornate di squalifica”. 

Nel 2014 sceglie di trasferirsi al Leeds di Cellino in Championship. 

“Dopo 100 presenze in A, nessuno mi voleva. Andare all’estero era l’unica soluzione per continuare a giocare”. 

Due anni dopo torna in Italia, prima all’Empoli e poi al Palermo. 

“In rosanero non è stato facile farmi apprezzare dai tifosi. Avevo vestito per cinque stagioni la maglia del Catania. Poi hanno capito che tipo di giocatore ero, uno che si impegna e dà tutto per la squadra”. 

Diventò virale il video del suo sfogo contro la società dopo il pari con il Foggia. 

“A fine partita persi la testa. In sala stampa raccontai tutti i problemi della gestione Zamparini: il ritardo nel pagamento degli stipendi, il rischio fallimento. Nessuno mi credeva. ‘Se il problema sono io vado a casa’, dissi. Qualche mese dopo il club scomparì”. 

Con il Monza nel 2019 ha conquistato la promozione in B. 

“Una bellissima esperienza in una società seria, dovevamo soltanto pensare a giocare. Il presidente Berlusconi, nonostante i mille impegni, passava a salutarci ogni venerdì prima della partita. Ricordo le cene di Natale con tutta la squadra ad Arcore, raccontava tante barzellette. Con Balotelli e Boateng ci divertivamo”. 

Il cerchio si è chiuso ad Ascoli. 

“Sono tornato perché credevo nel progetto. La retrocessione di due anni fa è ancora una ferita aperta”. 

Bellusci, adesso da dove riparte? 

“Da me stesso. Sto ritrovando le energie, voglio aiutare il Monticelli in Promozione e continuare a lavorare. Poi studierò per diventare allenatore. Il calcio è la mia vita. Ai giovani insegnerò a non commettere i miei stessi errori”.

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