"Il blocco di Suez ha causato un
incremento generalizzato dei costi, il 50/60% dei flussi passava
per il Capo di Buona speranza allungando il viaggio di due
settimane eliminando così il gap di convenienza che avevano i
porti del Mediterraneo. Il Covid ha insegnato a diversificare: i
porti del Sud hanno continuato a essere utilizzati nel timore
che in caso di ostacoli per i porti del Nord, l'attività fosse
comunque garantita. Hormuz invece ha incrementato i costi
energetici, per noi, l'industria, l'autotrasporto, del 30% e non
vediamo più alcune categorie merceologiche come alluminio,
metalli, macchinari, prodotti del lusso, mattonelle,
arredamento".
E' lo scenario delineato da Antonio Barbàra, vicepresidente
Assiterminal, che in Italia rappresenta più del 40% dei
terminalisti.
Ma "la merce è come l'acqua" tratteggia Barbàra, dunque,
chiuso Hormuz, in parte viene trasportata via terra, ma non ci
sono così tanti camion e ferrovie" (una nave può trasportare
24mila teu, via terra occorrerebbe mezzi pesanti o carri
ferroviari per l'equivalente). In alternativa, "molti si stanno
posizionando in Oman": la merce viene scaricata prima dello
Stretto, fatta passare per l'Oman via terra e caricata a bordo
di un'altra nave oltre lo Stretto. La conseguenza è, però,
"assenza di alcune commodities" in Occidente anche se "il
mercato si sta ribilanciando; i settori che accusano carenza
sono quelli che aumentano i prezzi, primo quello energetico, con
un effetto a catena". Oggi "Suez funziona regolarmente, ma non
tutti passano davanti agli Houthi, preferiscono circumnavigare
l'Africa, non si fidano".
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10 ore fa
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