Il ct della Seleção: "Dobbiamo portare in nazionale l’energia e l’allegria che caratterizzano la festa di un popolo favoloso con organizzazione e umiltà"
13 giugno - 12:48 - MADRID (SPAGNA)
Corsi e ricorsi geografici. Carlo Ancelotti torna al Mondiale 32 anni dopo, e atterra nella stessa zona, il New Jersey, dove visse USA 94 all’ombra di Arrigo Sacchi, mentore col quale perse la finale contro il Brasile. Brasile che ora punta tutto su di lui, “Anselocci” per conquistare il sesto Mondiale a distanza di 24 anni dall’ultimo, datato 2002. La stessa distanza temporale che c’è tra il 1970 e il 1994, gli anni della terza e quarta stella. "Mi piace questa coincidenza cabalistica".
E allora partiamo dal New Jersey.
"Nel 1994 eravamo qui, a 5 minuti da dove sono ora col Brasile: dormivamo al Somerset Hotel e ci allenavamo alla Pingry School. Ero stato a vedere le due strutture ma poi le ha prese il Marocco, che è il nostro primo avversario. Beh, l’Italia nel 1994 perse al debutto, ma poi arrivò alla finale. E allora auguriamoci di chiudere qui al MetLife Stadium di New York con un bel Brasile-Marocco".
La zona è cambiata tanto?
"No, l’America mi sembra sia la stessa di allora, non vedo grandi variazioni. Però direi che fa meno caldo".
Prime sensazioni?
"Molto positive, tutto tranquillo. Bell’ambiente. Stiamo bene, albergo piacevole e ci alleniamo al centro sportivo della Red Bull, nuovissimo. Eccezionale, grande livello".
Il suo primo anno in Brasile.
"Molto, molto interessante. Mi sono trovato benissimo. Se devo essere sincero, le mie aspettative, che ovviamente erano già positive, sono state largamente superate".
Qualcosa che l’ha colpita in maniera particolare?
"Parto al contrario: non mi ha sorpreso la passione della gente per il calcio, quella no, ma l’organizzazione della Cbf, la federazione. Incredibile. Il Mondiale è un evento molto, molto sentito, ovviamente, ed è stato organizzato alla perfezione. Si sono fatti trovare pronti per preparare la Coppa del Mondo, anche perché hanno grande esperienza in questo senso: ne hanno fatte tante... Guido la nazionale che vanta il maggior numero di partecipazioni, il Brasile non ha mai saltato un Mondiale".
E immagino che il fatto di non vincere dal 2002 li spinga a uno sforzo ancora maggiore.
"Sì, la cosa è molto sentita. Mi sembra di essere tornato ai tempi dello sbarco al Real Madrid, nel 2013: lì c’era l’ossessione per la conquista della Décima, la decima Champions che mancava dal 2002 e che portammo al Bernabeu nel 2014".
Il 2002, lo stesso anno dell’ultima vittoria del Brasile a un Mondiale.
"Altra bella coincidenza numerica. Mi piace".
E l’accoglienza da parte del Brasile? Da qui si ha l’impressione che anche in questo caso sia stata superiore alle aspettative. Mi sbaglio?
"No. Non mi aspettavo tanto affetto, davvero. Sono molto amato, o almeno mi sento molto amato e la cosa mi provoca un grandissimo piacere".
Molti allenatori temono il passaggio da un club a una nazionale.
"A me ha fatto tantissimo piacere. Mi sento veramente a mio agio e anche questa è stata una sorpresa, non pensavo di trovarmi così bene lavorando una volta ogni tanto e non tutti i santi giorni come succedeva prima".
Poteva farlo prima!
"Esatto. Ci ho pensato molte volte a questa cosa negli ultimi mesi, avrei lavorato meno! E poi mi faccia aggiungere una cosa: questo lavoro mi ha offerto l’opportunità di entrare in contatto con un altro campionato, che non conoscevo per niente. Andare a vedere le partite in Brasile, toccare con mano l’enorme passione della gente per questo sport è stato incredibile. Io in Europa ho girato tanto e in diversi Paesi che amano il calcio, ma qui è un’altra cosa, da nessun’altra parte c’è un amore tanto genuino e sincero per il calcio. Il Brasile ha perso e continua a perdere tutti i suoi calciatori più importanti, che vanno all’estero. Eppure la passione per il gioco non è stata sminuita, resta purissima, autentica. Ed è assai piacevole per chi osserva da fuori. Il campionato brasiliano ha prodotto, produce e produrrà sempre grandi talenti, il problema è che al momento questi talenti emigrano tutti. La Federazione sta lavorando in maniera molto precisa per far sì che si possa invertire la tendenza e i giocatori brasiliani possano restare nel campionato locale, così che se li possano godere i tifosi brasiliani".
L’emigrazione è esplosa.
"Sì, e si è globalizzata: i brasiliani sono ovunque, mica solo in Europa. Perché sono bravi e li vogliono tutti".
E il Paese, che impressione le ha fatto?
"Il Brasile lo vedi nel Carnevale: prima di tutto l’allegria, poi grande energia e voglia di stare insieme, e super organizzazione, perché il Carnevale, soprattutto quello di Rio, è una macchina perfetta nei tempi, nella costruzione dell’evento, nella scenografia. Questo è il Brasile. Aggiungo una nota sull’umiltà, che caratterizza quello che è veramente un bel popolo".
Parlando con Paulo Roberto Falcao, colpito dalla sua presenza al Carnevale, ci faceva un paragone tra la grande festa nazionale brasiliana e la nazionale. Le squadre del Carnevale devono essere perfette, vengono giudicate per tanti aspetti diversi, non possono far bene solo una cosa.
"Esatto. Se riusciamo a portare in nazionale l’allegria, l’energia, l’organizzazione e l’umiltà che caratterizzano i brasiliani siamo un bel pezzo avanti".
Ecco, parliamo della nazionale.
"Stiamo lavorando sull’organizzazione. È una squadra che davanti ha grande talento e in mezzo grande intensità, se riusciamo a organizzare la fase difensiva ci siamo. Non dico che non siamo forti dietro eh? I due centrali, Marquinhos e Gabriel Magalhaes, hanno fatto la finale di Champions. Alex Sandro è sempre brillante. Non è un problema di individualità, la qualità non ci manca. Però dobbiamo organizzarci in maniera solida. Qualcosa dovrò pur fare, no?"
Effettivamente… E l’aspetto mentale?
"C’è una grande pressione, che vuol dire anche grande responsabilità e grande motivazione".
Non si tira indietro sulla conquista dell’Hexa, la sesta stella. Altro che scaramanzia.
"Beh, non è che possiamo dire andiamo per arrivare secondi. Una volta che siamo qui, meglio pensare che puoi vincere. E poi, personalmente la pressione più alta l’ho trovata al Real Madrid. E non fa male".
L’Hexa, l’esigenza, la necessità di vincere dopo tanti anni. Però hanno slegato la sua figura dal risultato rinnovandole il contratto fino al 2030. Mica scontato.
"Per me è stata un’iniezione di grande fiducia. La dimostrazione sincera che hanno apprezzato il mio lavoro in questo primo anno. I miei contratti sono sempre stati legati al risultato, questo no. È la prima volta, e ripeto: fa grande piacere, si riconosce il valore del lavoro svolto, si viene giudicati al di là del risultato".
Mercoledì ha compiuto 67 anni, ha il contratto fino a 71, ma il tempo sembra non scalfirla.
"Se vogliamo fare due conti arriverò al Mondiale del 2034 a 75 anni, e nel 2038 a 79. Io per carattere vivo sempre il momento: penso poco al passato e poco al futuro. E il presente mi piace, mi diverto, anche se arriveranno giorni di tensione e difficoltà".
E di Neymar cosa diciamo?
"Che sta recuperando. E ha una gran voglia di farlo. Non so se sarà pronto per la prima partita, ma per la seconda sì".
Stupito dall’ovazione al momento dell’annuncio della sua convocazione?
"Sì. È stato il tema del momento per molto tempo, l’ho chiamato perché penso che possa essere utile. Nell’ultimo periodo ha giocato con continuità e anche bene".
E Vinicius? In nazionale segna poco.
"Io sono convinto che farà un gran Mondiale. Ma non voglio mettere pressione a un singolo calciatore".
Vi manca un “10” classico.
"Sì, però ci adattiamo. Nella mia vita mi sono sempre adattato, lo farò anche stavolta".
E il Mondiale, come lo vede?
"Bello. Senza un favorito chiaro ma con tanti candidati al titolo, cosa che lo renderà complicato. Ci sono almeno 6-7 squadre in grado di vincere, e nessuna realmente più forte delle altre. Non c’è una squadra perfetta, hanno tutte dei limiti, s’imporrà chi riuscirà a limitarli o mascherarli al meglio. Prevedo equilibrio e qualità".
Manca solo l’Italia.
"Già, ed è triste".
Come vedrebbe Pep Guardiola alla guida della Nazionale?
"Benissimo, sarebbe un grande colpo, eccome. Intanto però voglio fare un grosso in bocca al lupo a Silvio Baldini, che è un mio grande amico. Eravamo insieme al corso di Coverciano".
Chiudiamo con due cose personali. La prima, suo figlio Davide che ha preso il Lilla: un altro Ancelotti in Champions!
"Bella cosa, eh? E soprattutto bella esperienza per lui. Sono molto felice, è in un bel club. Conosco il presidente, Olivier Letang".
E la seconda: come è nata l’idea del documentario con Paolo Sorrentino?
"Ero in vacanza in Sardegna, l’ho incontrato e ci siamo messi a parlare un po’ di calcio. Ci è venuta l’idea e ora stiamo andando avanti. Per me è un grande onore poter raccontare la mia storia a uno come Sorrentino. Molto bello". Toda joya, toda beleza direbbero in Brasile. E questa al momento è la vita di Carlo “Anselocci”, il primo ct straniero nella storia dei 23 Mondiali della Seleção.









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